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Edgar Allan Poe

Edgar Allan Poe

Once upon a midnight dreary, while I pondered, weak and weary,
Over many a quaint and curious volume of forgotten lore…

I versi appena citati sono l’incipit di quella che è un vero e proprio emblema del Romanticismo americano: The raven. Quelli de “Il corvo” sono versi avvolti dalla foschia e dall’oscurità, che incutono paura come tutta l’opera del suo autore: Edgar Allan Poe.
Un’opera, quella del grande scrittore americano, che è specchio di un’esistenza altrettanto terribile: Poe ebbe infatti vita breve, tormentata dalle perdite e dagli abbandoni, viziata da una maledizione che gli rendeva impossibile adattarsi al nostro mondo. Un mondo che pure sentì come pochi altri, e che filtrò attraverso il buio della sua mente geniale e malata. Noi tutti oggi lo ricordiamo per i sublimi racconti del terrore e lo riconosciamo tra i massimi autori americani di sempre (sebbene ebbe formazione britannica). Non dobbiamo però dimenticare che Edgar Allan Poe, creatore dei più inquietanti incubi della letteratura moderna, fu anche e soprattutto un alcolizzato.

La vita di Poe fu segnata dall’alcool fin dalla nascita: suo padre morì proprio a causa del bere eccessivo quando egli era ancora infante; pochi mesi dopo morì tisica anche sua madre, ed il giovane Edgar venne adottato dagli scozzesi Allan, che lo crebbero con grande amore e gli fornirono una preparazione culturale di alto livello. Edgar Allan Poe studiò alla Virginia University, ma ne fu allontanato a causa di un grosso debito di gioco, al quale si dedicava nell’ebbrezza dei fiumi di alcool che ingeriva. Per lo stesso motivo venne espulso dal West Point Military College. E non è difficile immaginare che le sue avverse sorti di giornalista ed editore furono segnate dallo stesso vizio. Poe era consapevole della sua dannazione, e cercò di spiegarla spesso: “il mio temperamento sensibile – diceva – non mi permette di sopportare certe emozioni che per le altre persone sono normali ed ordinarie”. Nel 1842 fu trovato a vagare in stato confusionale nei boschi alla periferia di Jersey City, e nel 1850 arrestato per ubriachezza a Filadelfia.
Eppure, dagli elementi biografici raccolti su di lui, pare che Poe fosse più propriamente un bevitore compulsivo, che non un alcolista. Dicevano persone a lui vicine che per Poe un bicchiere era già troppo: poteva stare per mesi senza toccare un goccio, ma se lo toccava non smetteva finché non fosse giunto alla rovina. Provò a smettere a varie riprese, ma mai del tutto, ed egli stesso indicò nell’alcool il motivo della sua rovina, sebbene non bevesse per l’ebbrezza ma piuttosto per affogare i tanti dolori che la vita gli riservava.

L’alcool è protagonista di molti suoi racconti: il narratore de Il gatto nero è un alcolista cronico, così come lo è Fortunato de Il barilotto di Amontillado. Non dimenticando Arthur Gordon Pym, lo sfortunato avventuriero protagonista del suo famoso romanzo breve.
L’alcool fu certamente causa delle grandi piaghe che afflissero Poe: la povertà, il fallimento, la solitudine. E tutti voi nel leggere questo breve cenno biografico sarete certamente mossi più dal biasimo che dall’ammirazione. Il mio invito però è a non soffermarsi su queste righe ma ad andare a leggere, con una punta d’egoismo, le magnifiche pagine che quell’animo tormentato ha regalato per sempre all’umanità.
Forse, senza alcool, avremmo avuto solo un altro bravo e diligente lavoratore americano. E nessuna poesia.

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Un commento a “Edgar Allan Poe

jayolsen says:

nel 1850 arrestato per ubriachezza a Filadelfia. ???
non penso essendo deceduto nel ’49.
e poi scusate, ma come si fa ad attribuire il suo estro letterario all’alcol?questo non è egoismo, è vilipendio.
capisco il marketing però…

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